lunedì 1 settembre 2008

La generazione perdente che va a destra

Ecco l'articolo di Ilvo Diamanti che ha suscitato una interessante discussione ferragostiana via mail tra i democratici di Filottrano. Allarghiamo il didattito.


RIFONDAZIONE Comunista è implosa. Prima alle elezioni politiche del 13 aprile, dove è rimasta esclusa dal Parlamento. Poi, al congresso, dove si è divisa in due pezzi quasi uguali, a sostegno dei candidati alla segreteria: Vendola e Ferrero, il vincitore.

Anche se, in effetti, il partito è assai più frammentato, perché, fin dalle origini, raccoglie molteplici componenti dell'opposizione radicale di sinistra. Una galassia ai margini del sistema politico. "Minoranza", per definizione e per vocazione. Ma, anche per questo, uno dei riferimenti politici più significativi per i giovani. I quali hanno di fronte un futuro aperto.

Amano le utopie. Pensano che sia possibile afferrare i sogni. Raggiungere "l'isola che non c'è". E cercano, inoltre, di definire la propria identità tracciando confini netti fra se stessi e gli altri. Contro padri e padroni. Per questo molti giovani hanno guardato alle posizioni più radicali della sinistra (ma anche della destra) con maggiore passione rispetto alle altre generazioni.

Oggi, però, ciò non avviene più. L'implosione (l'eclissi?) di Rifondazione Comunista è un segno, ma non il solo, del distacco dei giovani dalla sinistra. Non solo radicale, anche moderata. Si tratta della fine di un ciclo breve, che durava dall'inizio di questo decennio (millennio). Da quando, cioè, i giovani erano tornati a votare a sinistra, dopo circa trent'anni. Passata la vampata del Sessantotto, infatti, si erano raffreddate in fretta le speranze di cambiamento che avevano mobilitato ampi settori della società e, in particolare, i giovani. Frustrate dalle utopie del terrore, negli anni Settanta. Dal crollo dei muri e delle ideologie, negli anni Ottanta. Infine, in Italia, dalla fine della prima Repubblica e dei soggetti politici che l'avevano accompagnata.

Dopo la stagione dei movimenti era emersa una generazione "senza padri né maestri" (per citare il titolo di un saggio di Luca Ricolfi e Loredana Sciolla), che si era rifugiata nella "vita quotidiana" (come evoca un altro testo, scritto da Franco Garelli). La domanda di cambiamento era defluita altrove, soprattutto nella partecipazione volontaria. Un fenomeno diffuso, cresciuto a contatto con i problemi di ogni giorno.

Così i giovani erano divenuti "invisibili". Confusi nell'ambiente sociale e locale. Pur diventando appariscenti sui media. Consumatori ed essi stessi consumo. Bersagli e attori di ogni campagna pubblicitaria. Protagonisti di serial e reality televisivi. Politicamente, si erano spostati al centro. Oppure "fuori" dalla vita politica. A sinistra, invece, erano rimasti i loro genitori. Quelli della mia generazione, che nel Sessantotto avevano intorno a 18 anni. Nati dopo la fine della guerra, nei primi anni Cinquanta.

A metà strada, fra noi e i nostri figli, una "generazione perduta", come l'ha definita Antonio Scurati in un suggestivo (auto) ritratto pubblicato sulla Stampa. Nata alla fine degli anni Sessanta. Mentre la "rivoluzione" bruciava e si consumava altrettanto rapidamente. Nel 1989, vent'anni dopo, scrive Scurati, nella notte in cui cadde il muro "finì un'epoca della politica, ma per la mia generazione non n'è mai iniziata un'altra. Non a sinistra, quanto meno".

Infatti, fino alla conclusione del secolo, la classe d'età orientata a sinistra più delle altre è progressivamente invecchiata, da un decennio all'altro. I ventenni del Sessantotto. I trentenni negli anni Settanta. I quarantenni negli anni Ottanta. I cinquantenni negli anni Novanta. E via di seguito. Una generazione di nostalgici, che votano allo stesso modo, un po' per speranza, un po' per abitudine.

Solo dopo il 2000 i giovani sono tornati a sinistra. Soprattutto i "più" giovani. I miei figli. I fratelli minori di Scurati (se ne ha). In particolare gli studenti. Per diverse ragioni. La comune condizione di incertezza li ha resi inquieti. Una generazione senza futuro. La prima, nel dopoguerra, ad essere convinta (con buone ragioni) che non riuscirà, nel corso della vita, a migliorare la posizione sociale dei propri genitori. Poi, l'attacco alle torri gemelle e la guerra in Iraq. La globalizzazione economica e politica. Hanno alimentato l'insicurezza e il senso di precarietà, soprattutto fra i giovani. Che hanno "una vita davanti". Ma quale?

Li hanno spinti a mobilitarsi e a manifestare (soprattutto gli studenti). Anche per sentirsi meno soli. I (più) giovani, infine, hanno maturato una competenza comunicativa e tecnologica diffusa. Capaci di stare in contatto fra loro, senza limiti di spazio e tempo. Di sperimentare linguaggi nuovi, inediti e largamente incomprensibili agli adulti. Sono divenuti una tribù. Mischiati agli adulti, eppure separati da essi.

I (più) giovani. Quelli nati negli anni Ottanta, al tempo della caduta del muro. Quelli che non avevano conosciuto il Sessantotto, il terrorismo, la Dc e il comunismo. Quelli per cui CCCP è un gruppo di rock progressivo e Berlino una città di tendenza. Si sono spostati a sinistra. Perché dall'altra parte c'era Berlusconi. Il padrone dei media. Icona del potere nel mondo della comunicazione. A cui opporsi. Perché dall'altra parte c'erano gli amici di Bush e della guerra, ma anche i sostenitori del lavoro flessibile. Così, alle elezioni del 2001 e in quelle del 2006 i giovani hanno votato massicciamente a sinistra. Soprattutto, ripetiamo, gli studenti e i giovani con una carriera di studi più lunga.

Oggi questa stagione sembra conclusa. Era emerso anche nei sondaggi pre-elettorali, ma in misura minore a quanto si è poi verificato. Infatti, alle elezioni del 13 aprile 2008 (Sondaggio Demos-LaPolis, maggio 2008, campione nazionale di 3300 casi) appena il 31% dei giovani (fra 18 e 29 anni) ha votato per (la coalizione a sostegno di) Veltroni. Il 49%, invece, per Berlusconi.

Una distanza larghissima, superiore a quella registrata fra gli elettori in generale. Alle "estreme" dello schieramento politico, invece, la distanza fra le parti si è annullata; anzi, quasi invertita. Il 3,2% dei giovani ha votato per la Sinistra Arcobaleno, poco più (oltre il 4%) per la Destra di Storace. Una tendenza ribadita, peraltro, dal voto degli studenti. Anche fra loro la coalizione a sostegno di Berlusconi ha superato il centrosinistra di Veltroni, seppure con uno scarto più ridotto: 42% a 37%. Mentre la Destra radicale è, a sua volta, più avanti della Sinistra Arcobaleno: 6% a 4%. Vale la pena di aggiungere che Di Pietro, fra i giovani, dimostra scarso appeal. Anzi: il suo peso elettorale è più ridotto che nel resto degli elettori.

Quasi una svolta epocale, insomma. Naturalmente, la spiegazione più facile è prendersela con loro. I giovani. Sospesi fra precarietà e un mondo di veline e amici, sarebbero stati risucchiati in un nuovo riflusso "conservatore". Vent'anni addietro, a un osservazione del genere, Altan faceva replicare a Cipputi: "Mi devo essere perso il flusso progressista...". Per capire il deflusso dei giovani verso la destra e il non-voto, però, è più semplice soffermarsi sullo spettacolo offerto dalla sinistra, riformista e radicale. Il Pd, attraversato da divisioni personali e di corrente. Intorno ai soliti nomi: Veltroni, D'Alema, Rutelli. Marini.

Rifondazione: segmentata da fazioni e frazioni. Alcune che "pesano" il 3-4% in un partito stimato intorno al 2%. Pochi accenni, risaputi, evidenti a tutti. Sufficienti a comprendere perché la Sinistra non possa aiutare i 30-40enni della "generazione perduta" a ritrovarsi. Tanto meno i giovani - e gli studenti - a identificarsi. Si sentono una "generazione perdente". Perché dovrebbero affidare il proprio destino, la propria rappresentanza a una classe politica "perdente" di professione?

di ILVO DIAMANTI

I dati citati in questo articolo sono disponibili
su www.repubblica.it
e www.demos.it

(4 agosto 2008)

6 commenti:

Paolo ha detto...

Ma, onestamente, si poteva chiedere di più ai giovani? Direi proprio di no. Non li difendo per solidarietà generazionale - ormai posso considerarmi un ex - ma per l'evidenza dello stato delle cose. Alle ultime elezioni il risultato è stato talmente netto che ha poco senso ragionare sulle sottigliezze. Non è che una decina di partiti (quasi tutti di centrosinistra) sono spariti dal parlamento per colpa dei giovani e non è per colpa dei giovani che i pochi partiti di centrosinistra che in parlamento ci sono rimasti hanno un mandato che li consegna all'irrilevanza. Del resto i giovani, demograficamente, sono sempre meno influenti in una società di anziani, dargli tutta questa responsabilità mi sembra eccessivo. Hanno fatto semplicemente quello che hanno fatto tutti: votare da un'altra parte. Perché? Perché la sinistra si è dimostrata debole, incerta, insicura? Certo. Perché, come si dice, non ha saputo parlare ai cittadini? Ancora più certo. Ma non perché, sempre come si dice, ha perso il contatto col territorio, non è andata in mezzo alla gente. Anche perché, ormai in Italia, se vai a cercare la gente, mica la trovi. Nei nostri piccoli centri ci si lamenta che se uno passeggia per strada incontra tutti extracomunitari. Non perché gli extracomunitari sono in numero insostenibile, ma perché non ci sono più gli italiani. A parte in qualche torrida serata estiva in cui sono costretti a uscire per non squagliarsi dentro casa, per il resto dell'anno si massacrano i neuroni a forza di guardare la televisione. Vogliamo dire che la sinistra non ha mai imparato a parlare in tv? O almeno a presentarcisi in modo decente? Forse è vero che l'intellighenzia di sinistra, proporzionalmente, guarda meno la tv dell'intellighenzia di destra, e forse è pure vero che l'elettorato di sinistra guarda meno la tv dell'elettorato di destra. Ma l'elettorato da conquistare è tutto, mica solo quello di sinistra. Vogliamo riconoscere che tutto questo disinteresse con la puzza sotto il naso per tutto ciò che è mediatico forse andrebbe un po' ridimensionato? Dei buoni provvedimenti che ha preso il governo Prodi – ce ne sarà stato qualcuno no? - non ci ha capito niente nessuno. Quello che sta facendo Berlusconi – o sta facendo finta di fare – lo sanno tutti. E hanno anche l'impressione che stia facendo benissimo! Qual'è il segreto? Forse Berlusconi va tutte le sere nel territorio? Va a spiegare quello che fa negli angoli delle strade? Direte: lui no, ma ci vanno i suoi e quelli della Lega – perché un altro mito è che la Lega sia forte perché sia sempre sul territorio. Il territorio, oggi come oggi, è uno schermo di 20, 32, 40, 46, ecc. pollici; LCD o plasma. Chi ci sa piazzare i colpi al momento giusto e nel modo giusto è a contatto con il territorio.

Nadia ha detto...

Meno chiacchiere e fatti! Sarà forse questo il problema della sinistra snob e intellettuale?
sempre pronta a filosofeggiare, analizzare, indagare, criticare ed erigersi sul suo piedistallo di superiorità quando il mondo va invece tutta da un'altra parte.
la destra invece ha capito bene dove va il mondo, e in buona sostanza sa anche come farcelo andare avendo sapientemente occupato,e sapendolo utilizzare anche molto bene, il mezzo che sposta le masse, ossia la tv.

e intanto ci perdiamo l'elettorato. e intanto crediamo di parlare con un elettorato che non c'è più da almeno un decennio,come pretendiamo di catturare i giovani? e soprattutto chi sono questi fantomatici giovani? quelli che a 30 e passa anni sono ancora nella categoria giovani perchè per loro spazio nella categoria adulti non c'è mai stato?O mamma, mi sono

persa nel discorso...meglio che vada a mettere qualcosa nello stomaco vista l'pra

pensatore libero ha detto...

Scusate, ma invece di arrovellarvi con ipotesi arzigogolate e teorie mediatiche/televisive, a nessuno di voi sorge il dubbio che la disfatta della sinistra possa essere stata semplicemente causata dalla fine di un utopia?
Datemi pure del qualunquista che vuol semplificare un discorso ben più ampio, ma la mia (e penso di molti)sensazione rimane questa.
Saluti

Anonimo ha detto...

ehilà! bentornato pensatore.
passata una buona estate?
Nadia

pensatore libero ha detto...

si si ottima estate.

Fabio Camilletti ha detto...

Possibile che Pensatore Libero abbia ragione. Quando parla di "utopia", però, non penserei al comunismo: personalmente, appartengo a una tradizione politica che ha visto la fine dell'ideale comunista già nella repressione della rivolta di Kronstadt (1921).
L'utopia, in questo caso, era molto più semplice, ed era la presunzione (disperata) di vivere ancora in un paese civile, dove non salissero in parlamento trogloditi razzisti come Bossi e Maroni, pluri-inquisiti e starlette di dubbia fama.
Utopia delusa, questa sì, davvero.

Vorrei anche chiedere a Pensatore libero se non crede che il "punto di vista dei ragazzi di Salò" evocato dal Ministro della Difesa non sia uno splendido esempio di quel relativismo etico tanto deprecato dal Pontefice.

E per Paolo: sì, sarebbe ora di finirla con lo snobismo verso la tv. Sarebbe anche ora, però, di fare qualcosa di concreto per liberare la stampa italiana - e la RAI in primis - dal controllo dei partiti. Personalmente, la proposta di Veltroni in merito (non nominare nel cda RAI personalità di partito, ma figure provenienti dalla società civile) mi sembra una presa in giro.