Come ogni anno dall’Unità d’ Italia – mi viene da scrivere così – la scuola è iniziata e sono iniziate le polemiche… Come sempre. Il fatto nuovo è che negli ultimi quindici anni le polemiche sono state sempre innescate da decisioni governative, non da proteste studentesche, come una volta (do you remember ’68?), ovvero da proteste dei genitori (caro libri ecc). No, è il governo a far notizia all’apertura dell’anno scolastico nuovo ed è così dai tempi dell’abolizione degli esami di riparazione a settembre (ministro della Pubblica Istruzione, D’Onofrio).E’ da allora che la scuola è oggetto di provvedimenti di riforma (reali o presunti che siano) che toccano tutti gli indirizzi, ma che hanno come principale bersaglio le superiori e segnatamente i professionali e i tecnici.
Si partì dall’idea, ritenuta incontestabile, cha la scuola fosse da riformare. Primo, perché nessuno ci aveva più messo le mani dopo il filosofo G. Gentile (fascismo). Secondo, perché gli elementi innovativi introdotti nel post ’68 non erano stati inseriti in un quadro complessivo e comunque erano stati pensati come sperimentali (ed erano rimasti lì per trent’anni…). Terzo, perché la scuola italiana, eccezion fatta per le elementari, scendeva, scendeva nelle classifiche internazionali. Quarto, perché la società italiana dai tempi di Gentile era cambiata (guarda un po’…).
Chi si applicò con più metodo alla riforma della scuola italiana contemporanea fu L. Berlinguer. Introdusse innovazioni corpose, ma cadde sulla meritocrazia, ovvero sugli incentivi economici agli insegnanti più meritevoli e sul metodo per valutare il loro impegno sul lavoro. I sindacati fecero muro contro, perché gli stipendi dovevano essere tutti uguali per tutti gli insegnanti, per principio; gli insegnanti più impegnati protestarono un po’ meno, perché un po’ più di soldi faceva comodo, anche se i media sorvolarono su questo non trascurabile aspetto. L’aspetto più urtante per noi, invece, non fu il merito da accertare, col quale abbiamo dimestichezza ( se si studia e ci si impegna si prende un bel voto, no? Per noi è un ragionamento pacifico e lo applichiamo tutti i giorni agli studenti) ma il fatto che la riforma fu pensata da trenta saggi chiamati a consulto, tra i quali c’era un solo insegnante. Umiliante. Tutti gli altri erano insigni pedagoghi, degli scienziati con poca a volte nulla dimestichezza con le aule. Insomma, nessuno di loro aveva mai insegnato in un professionale o in tecnico, scuole che erano stati chiamati a riformare...
Caduto il governo, Berlinguer non venne riconfermato (troppe polemiche) e la mano passò a T. De Mauro, linguista appassionato, uomo di grande talento, l’ultimo vero Ministro della Pubblica Istruzione che non ebbe, però, maggior fortuna del predecessore: lo ricordo ancora, basta che chiuda gli occhi, accasciato sui banchi del governo, lui, uno dei maggiori intellettuali italiani, mentre tutto intorno l’aula parlamentare ribolliva…
Cadde anche quel governo lì, ma la riforma della scuola è ineluttabile e continua, anzi come la rivoluzione culturale in Cina, è permanente.
Cambiata maggioranza parlamentare, cambiato ministro (stavolta un’assicuratrice), azzerata completamente la riforma precedente se ne fece un’altra. S’incaricò uno solo dei trenta saggi di Berlinguer (non l’unico che insegnava, ovviamente) di farla lui la riforma, d’essere lui Licurgo, Solone e Clìstene in un sol uomo. Egli riscrisse tutto, o quasi; presentò la bozza, che divenne legge. Poi, però, mancando i soldi, incombendo le elezioni, tutto si bloccò. Cambiò di nuovo maggioranza parlamentare e cambiò il ministro, che apportò dei cambiamenti. Maggiore severità, innanzi tutto, il che a noi insegnanti piacque un bel po’… Modificò l’anno scolastico, ridiede allo Stato alcune competenze, piccole cose, in fondo. S’era finalmente capito che il mondo della scuola era stato sottoposto, per oltre un decennio, a una terapia intensiva che sfiorava l’accanimento e il nuovo ministro, un medico!, cercò di prescrivere meno medicine, perché la scuola, effettivamente, rischiava di morire intossicata.
Però la scuola è indubbiamente malata e cambiata maggioranza – arrivata quella che governa adesso – il nuovo ministro (questa volta un’avvocatessa), s’è messa al capezzale del paziente e ha prescritto altre medicine. “ I grembiulini per tutti alle elementari, il sette in condotta per arginare i bulli, l’abbandono dei giudizi, spesso prestampati, per tornare alla sincerità del voto: sono scelte che si possono tranquillamente condividere, che forse avrebbe dovuto fare il governo precedente e chissà perché non l’ha fatto. Ma la questione di fondo, della scarsa autorevolezza culturale della scuola temo rimanga irrisolta, e credo anche di sapere la sua doppia radice”. (Marco Lodoli, “La Repubblica”)”. Lodoli prosegue così: credevamo che la fine della scuola classista e nozionistica dei nostri padri avrebbe liberato lo studio e dato una possibilità in più a tutti, il che fu vero, ma insieme alla maggiore libertà sono entrati nella scuola anche i suoi peggiori nemici: il denaro, il successo, l’aggressività e il narcisismo, che sono i veri valori del nostro tempo, mentre la scuola dei padri predicava e praticava l’applicazione, il sacrificio, la concentrazione e lo studio solitario. L’autonomia scolastica, poi, bastione di tutte le riforme, ha trasformato i presidi (pardon, i dirigenti scolastici) in tanti imbonitori da fiera che devono vendere la loro mercanzia (il Piano dell’Offerta Formativa) per attirare clienti (studenti e genitori). La scuola come un’azienda a conduzione familiare (ci si conosce tutti), dove il capofamiglia è il preside. Ma la scuola, conclude, non è un’azienda e ha ragione. Del resto, aggiungo io, quale azienda può aspettare vent’anni (dalla prima elementare alla laurea) per vedere finito il proprio prodotto? Poi, qual è il budget dell’azienda scuola?
Alla scuola italiana, a partire dal presente anno scolastico e per tre anni scolastici, saranno tolti quasi sedicimila miliardi di lire (in lire è più chiaro)…
Questo dato numerico, credo, chiarisca molte cose. Quella fondamentale è che la scuola è un’istituzione che non può considerarsi strategica per la politica e la società italiane, altrimenti le cose, negli ultimi 15 anni, sarebbero andate diversamente. Così stanno le cose, ma l’attuale ministro ha la testa girata da un’altra parte.
A questo punto, in conclusione, noi insegnati vorremmo essere lasciati in pace. Lasciateci alle nostre aule, ai nostri stipendi, al nostro lavoro, che è un mestiere come un altro, da fare bene e che c’impone di fare di tutto e il suo contrario e a volte ci costringe anche a fare gli eroi (come ha scritto di noi insegnanti F. Merlo su “La Repubblica”).
Guido Carletti












