sabato 6 giugno 2026

La miopia della politica, oltre la cultura dell’odio



Il filosofo politico Charles Taylor (1991), nel suo Il disagio della modernità, ci restituisce un’immagine di società segnata da nodi ad oggi irrisolti: dall’erosione dei legami sociali, alla incapacità della politica di favorire opportunità di pienezza di vita, dal progressivo svuotamento di senso delle istituzioni democratiche, all’uso strumentale della ragione per fini opportunistici e/o utilitaristici.  

Del lavoro di scavo di Taylor ce ne serviamo per mettere in evidenza quegli atteggiamenti strumentali di uomini di partito e con responsabilità istituzionale che alla strumentalizzazione della ragione ricorrono per rinsaldare appartenenze antidemocratiche, edificare muri di divisione sociale, dare corpo alla dialettica amico-nemico. È quanto avvenuto con la vicenda di Salim El Koudri, il ragazzo italiano che in uno stato di disagio psichico (stando alla perizia) ha travolto diversi passanti nel centro storico di Modena. Di questo fatto, oltre alla sofferenza gratuita esercitata, colpisce la reazione opportunistica che alcune figure di riferimento della destra di partito – nel caso specifico la Lega, sia a livello nazionale che locale – hanno adottato nel condannare la tragedia. 

Ancor prima che le autorità giudiziarie concludessero le indagini, questi uomini - dal capo della Lega al sindaco di Filottrano - si sono precipitati a commentare via social più per identificare un nemico che per comprenderne le ragioni. Come sovente è accaduto, talune situazioni costituiscono infatti occasioni proficue per inveire contro i più fragili, i più indifesi, i capri espiatori di quei problemi di cui la politica non è in grado di dare risposta. Minacciare di requisire la cittadinanza è di certo più facile e disimpegnativo che ragionare su quali misure politiche adottare per favorire integrazione, inclusione, garantire trattamenti sanitari, creare opportunità di lavoro e restituire fiducia nella formazione come veicolo di riscatto e mobilità sociale. Gli atteggiamenti di pubblica offesa, di odio e di minaccia nei confronti di minoranze o di gruppi percepiti come diversi sottende quella che Franz Neumann definiva “angoscia nevrotica”: un sentimento necrofilo che necessita di individuare un capro espiatorio su cui riversare energia negativa, cattiveria e aggressività. 

Come scrive Luciano Manicardi (2020) in Contrastare l’odio, vi “[…] è oggi il diffondersi di un’inedita cattiveria che contagia e corrompe il tessuto quotidiano del vivere: emerge nelle conversazioni al bar e in famiglia, è in bocca a politici e responsabili della cosa pubblica, […], riguarda giovani e adulti e anziani, uomini e donne. Non solo, ma c’è oggi l’ostentazione della cattiveria e la derisione del buonismo che è ormai un insulto e qualcosa da cui guardarsi. Anzi, c’è perfino la rivendicazione senza alcuna vergogna della crudeltà e della cattiveria, un piacere nell’esibirla quasi essa fosse sinonimo di autenticità e rigetto dell’ipocrisia”. (Manicardi, p.6) 

A tale deriva istituzionale e sociale, noi del partito democratico Flavio Antinori di Filottrano, saldamente ancorati ai principi democratici, contrapponiamo una prassi politica di denuncia e di alternativa alla logica strumentale della ragione: alla dialettica amico-nemico.  Senza indulgere in semplificazioni idealizzanti, riteniamo che la stabilità e il progresso di un sistema democratico, sociale, politico ed economico, dipendano in primo luogo dalla capacità di riconoscere la coesistenza di culture plurali, di vedere gli altri come altri e simili a noi, di promuovere integrazione e coesione sociale.  In questo contesto, la crescente interdipendenza dei mercati economici e finanziari, le trasformazioni indotte dai cambiamenti climatici e la persistenza dei conflitti internazionali rappresentano fattori strutturali che contribuiscono ad intensificare i fenomeni di coabitazione interculturale. E ad essa il partito democratico si mobilita per mettere a terra strategie di valorizzazione e concreta attuazione.  

La riduzione di tale complessità a slogan minacciatori e esemplificativi rivela piuttosto una evidente insufficienza analitica e una debolezza sul piano della progettualità politica. Al contrario, queste dinamiche richiedono risposte articolate e sistemiche, fondate su politiche pubbliche efficaci, su un’educazione diffusa alla convivenza civile, sulla promozione della solidarietà e sul pieno riconoscimento delle differenze. 


Michele Feliziani 

“membro segreteria circolo PD Flavio Antinori di FILOTTRANO”  

venerdì 15 maggio 2026

Esercitare la responsabilità democratica


Nel suo Il fascismo eterno, il filosofo e semiologo Umberto Eco, dopo aver individuato i principali nodi concettuali che hanno definito l’esperienza storica del fascismo, richiama l’attenzione del lettore su un ammonimento che assume il valore di un vero e proprio compito morale: vigilare affinché determinate derive antidemocratiche — la negazione delle libertà fondamentali e la violazione dei diritti umani — non possano più ripetersi. 

Nel dare profondità all’impegno del fare memoria di ciò che il fascismo è stato — una totale compressione della libertà di opinione, di parola e di aggregazione politica — Eco riprende le parole di Franklin Delano Roosevelt che, nel novembre del 1938, affermava: «Oso dire che, se la democrazia americana cessasse di progredire come una forza viva, cercando giorno e notte, con mezzi pacifici, di migliorare le condizioni dei nostri cittadini, la forza del fascismo crescerà nel nostro paese». Libertà e liberazione — ammonisce Eco — sono un compito che non finisce mai. Non dimenticate: facciamo nostro questo monito.  E noi, nei limiti della perfettibilità umana e civile, animati da uno spirito di gratitudine verso coloro che hanno partecipato alle azioni di liberazione, cerchiamo di onorarlo. In che modo? Orientando lo sguardo alla Carta costituzionale (1946 - 1948), intesa come il quadro etico-politico entro cui radicare la nostra prassi politica di territorialità e prossimità. La libertà di aggregazione, l’eguaglianza, la solidarietà, l’inclusione e la giustizia sociale, ambientale e spaziale costituiscono i principi fondamentali che orientano la nostra azione politica a livello locale, nazionale ed europeo. Sempre in cammino, e mai sradicati dal terreno tracciato dalla Costituzione, riteniamo nostro dovere denunciare quei comportamenti che, nei fatti, ne auspicano una revisione, se non una vera e propria cancellazione. È quanto accaduto recentemente a Predappio, (25 Aprile 2026), proprio nel giorno della commemorazione della Liberazione dal regime nazifascista. In quella occasione, forze estremiste di destra — tra cui Forza Nuova — si sono date appuntamento per un convegno dal titolo La fine dell’antifascismo. 

Di fronte a iniziative di questo tipo, che assumono i tratti di una deliberata provocazione, ribadiamo con fermezza che l’antifascismo non è affatto finito. E non lo è per una ragione fondamentale: esso rappresenta una postura civile e politica che trova nella Costituzione la propria anima e il proprio fondamento. L’antifascismo non è una posizione di parte, né un semplice esercizio di memoria storica; è, piuttosto, l’insieme dei principi etico-politici inscritti nel dettato costituzionale. Essere antifascisti e antifasciste non significa soltanto essere “contro” tentativi di revisione o di negazione della storia, ma anche e soprattutto essere “per”: per un futuro in cui ciascuno e ciascuna sia riconosciuto come persona. Significa impegnarsi per uno spazio pubblico in cui la dignità umana si rifletta nelle condizioni di lavoro, nelle opportunità di cura, nei luoghi della formazione e dell’istruzione, così come negli spazi di ricreazione e di socializzazione. 

Se a livello nazionale qualcuno ha tentato di equiparare i repubblichini ai partigiani, nella nostra comunità territoriale il primo cittadino, alla vigilia del 25 Aprile, ha scelto di intitolare un’area verde alla figura del giovane studente milanese Sergio Ramelli, vittima di violenza politica da parte di forze extraparlamentari. Una scelta che condanniamo, in quanto rappresenta un pretesto per alimentare narrazioni identitarie che non trovano alcuna conciliazione con i valori democratici espressi dalla Costituzione. Si tratta, piuttosto, di un’operazione politica che — come insegnano gli studiosi dei regimi totalitari — contribuisce a sdoganare linguaggi discriminatori fondati sulla logica dell’“amico - nemico”, indebolendo il tessuto democratico e civile della comunità. In definitiva, difendere l’antifascismo significa difendere la Costituzione, non come reliquia del passato ma come criterio vivo di orientamento dell’agire pubblico. Vigilare, denunciare, prendere posizione non sono atti di faziosità, bensì esercizi di responsabilità democratica.  È nella fedeltà quotidiana ai principi costituzionali — libertà, eguaglianza, solidarietà — che si misura la qualità di una comunità politica. Il compito che ci è affidato, oggi come ieri, è dunque quello di custodire e rinnovare lo spazio comune della democrazia, affinché non diventi mai terreno fertile per nuove forme di esclusione e di autoritarismo. 


Filottrano, 12/05/2026  

Michele Feliziani 

“membro segretaria circolo PD Flavio Antinori di FILOTTRANO”